Smart Working and Engagement

Mai come adesso il mondo aziendale ha abbattuto ogni frontiera e differenza: nella frazione di un secondo la mentalità e il modus operandi tecnologico e open mind delle grande aziende, abituate a vivere spazio e tempo in maniera virtuale da molti anni e ad affrontare il lavoro con un approccio molto più volatile e flessibile è entrato prepotentemente nella realtà delle medio-piccole organizzazioni, abituate ancora al vis a vis, al caffè conviviale della mattina, al collega della scrivania accanto, punto di riferimento della propria attività quotidiana, ad affrettare il passo per la riunione che sta iniziando nella sala limitrofa… vecchie abitudini ormai, nelle quali però avevamo riposto le  nostre certezze, la nostra dimensione professionale, ma anche personale. 

Ora, brutalmente, velocemente, democraticamente tutto è cambiato e siamo in smart-working. 

In verità, ammettiamolo, tecnicamente non è stato un salto nel buio, nemmeno per quelle aziende che non lo avevano mai considerato, anzi forse lo percepivano come un pericolo, un rischio di demotivazione delle persone, di deresponsabilizzazione forse e quindi una modalità di ben poco valore e utilità. Forse non si erano mai posti neanche il problema. Non era nel loro focus. Quando la realtà bruscamente li ha posti davanti all’imprescindibilità di questa scelta, il coraggio è emerso, le capacità tecniche di implementazione sono state subito disponibili e tutte hanno saputo stringere una doverosa alleanza con il nemico, smussandone la pericolosità e scoprendone i vantaggi. Piccole realtà hanno convertito la loro quotidianità, fatta di gesti condivisi, di rituali attesi, di vicinanza, in momenti virtuali utili e funzionali e ogni risorsa all’interno delle proprie case, in postazioni fatiscenti, nel cuore della propria famiglia partecipava alla vita aziendale. 

E in un primo momento, quasi di euforia, per la scoperta di tanta capacità di reagire, di rinnovarsi, di essere tecnologicamente all’altezza delle grandi, si sono sentite più forti; e la loro comunità di persone ha percepito con soddisfazione il grande vantaggio di sentirsi sicuro, ma anche utile e professionale, all’interno della propria dimensione privata. Ha trovato nuove energie anche nella difficoltà del momento, ha riorganizzato i propri spazi, ha dimensionato meglio le proprie esigenze, ha espanso il tempo perché ha ridotto drasticamente tutto ciò che era inutile e trasversale alle attività (gli spostamenti in auto per esempio) e soprattutto ha capito che poteva finalmente ricoprire tutti i ruoli della propria vita (padre, madre, lavoratore, professionista…) con la stessa attenzione e cura. 

Dalla fase 1, l’introduzione brutale della necessità dello smartworking (e di molto altro) e lo smarrimento iniziale, siamo passati alla Fase 2, la riorganizzazione, la presa di coscienza della sua utilità e di esserne all’altezza; fino ad arrivare alla Fase 3, nella quale abbiamo compreso appieno i suoi vantaggi e abbiamo incominciato, come facciamo sempre, a creare nuove abitudini e nuovi rituali. 

 Ma ora stiamo entrando nella Fase 4. Cosa intendo? Stiamo iniziando a rifocalizzarci sulle difficoltà, sulla noia, sulla dimensione della reiterazione disfunzionale: ci sentiamo sempre più alienati, questa modalità di interconnessione sta rivelando i suoi limiti; la sua estraneità all’agire abituale umano sta esplodendo e ci fa sentire soli.

Ma non è tutto qui, dall’esterno ci stanno arrivando notizie sempre più agghiaccianti, forse qualcuno ha perso i suoi cari, amici, colleghi con i quali aveva condiviso anni di lavoro; la speranza che l’incubo finisca si fa più fievole e le attività professionali piano piano si impoveriscono, diminuiscono; la paura della disoccupazione, della crisi si fa più forte e l’incertezza incombe. 

Non sto facendo terrorismo psicologico, credetemi, sto solo alzando un alert!!

Ci siamo occupati dello smart working fino ad adesso, bene, adesso è ora di occuparci della motivazione delle nostre risorse. 

Alzo un alert per tutti gli imprenditori, i responsabili, soprattutto gli HR: adesso dobbiamo intervenire in maniera forte, convinta, determinata e mettere in atto azioni di engagement, di empowerment, di rafforzamento delle relazioni. Dobbiamo parlare con le nostre persone, trasmettergli forza d’animo, dargli il senso dell’unità di intenti, far comprendere loro che continuano a far parte di una community, che esiste, che c’è, che permane, che ha dei valori condivisi e che su questi dobbiamo poggiare la nostra forza di resistere al nemico invisibile. 

E come fare questo? Mail, call in plenaria, telefonate individuali, corsi di formazione in e-learning, collegamenti su Teams, Skype, dare feedback... 

Potete anche fare delle Survey per comprendere appieno lo stato d’animo delle vs persone e poi intervenire in maniera più focalizzata e d efficace sui punti emersi. Ognuno troverà le modalità migliori, ma fatevi sentire, dite “noi ci siamo” “stiamo uniti” “resistiamo insieme”. 

Ecco, questo è il mio monito a tutti coloro che gestiscono persone: adesso è il momento di farlo e di farlo in maniera sapiente, efficace ed … empatica!